giovedì 5 gennaio 2017

In Cecoslovacchia ( oggi Repubblica Ceca e Slovacchia) il cambiamento cominciò alle ore 20 di quel 5 gennaio 1968 quando Radio Praga diffuse un comunicato del plenum del Partito Comunista in cui si informava della sostituzione di Antonin Novotny con Alexander Dubcek alla funzione di primo segretario. In breve tempo In tutto il paese si moltiplicano comunicati di appoggio al nuovo corso: il cosiddetto “Socialismo dal volto umano”.
Esso prevedeva il riconoscimento delle libertà politiche, culturali e sindacali, la separazione fra partito e governo, la parità fra le diverse componenti etniche del paese. La classe operaia fu coinvolta nel processo di democratizzazione attraverso la creazione di nuovi strumenti di democrazia di base.
Ma i dirigenti più ortodossi del blocco sovietico cominciarono ad allarmarsi, la Cecoslovacchia si trovava sotto la minaccia di una "contro-rivoluzione" . Alcuni capi comunisti dei Paesi vicini, come Walter Ulbricht della DDR e Wladyslav Gomulka in Polonia, si distinsero per i loro attacchi nei confronti della situazione politica appena iniziata a Praga. A Mosca non si perse tempo. Si susseguirono gli incontri con Dubcek, di volta in volta violentemente criticato o amorevolmente consigliato a correggere la politica del partito.
Il tentativo riformatore verrà bruscamente interrotto: nella notte tra il 20 e il 21 agosto prese il via la "normalizzazione " di Mosca, l'Operazione Danubio: 165.000 soldati del Patto di Varsavia ripartiti sul territorio della DDR, della Polonia e dell’Ungheria formarono il primo scaglione d’attacco, a supporto 4.600 carri armati. Cinque giorni più tardi, la Cecoslovacchia fu occupata da 27 divisioni equipaggiate con 6.300 carri armati, 800 aerei, 2.000 cannoni. Circa 400 mila soldati invasero un Paese di circa 14 milioni di abitanti. Gustav Husak, che sostituì Dubček e divenne anche presidente, annullò quasi tutte le riforme di quest'ultimo.
Nei primi giorni dell’invasione morirono 72 cecoslovacchi (il totale delle vittime sarebbe arrivato a più di 200 tra invasori e manifestanti), mentre Dubček invitava la popolazione a non opporre resistenza. Con l’andare dei mesi e il perdurare dello stallo, la popolazione cecoslovacca divenne sempre più insofferente nei confronti dell’invasore sovietico (che non se ne andrà fino al 1991).
La protesta dei cecoslovacchi raggiunse l’apice il 16 gennaio 1969, quando il giovane studente Jan Palach si dette fuoco in piazza San Venceslao, per protestare contro l’occupazione. Il gesto di Jan Palach, che morirà il 19 gennaio, non fu isolato: un altro studente lo emulò infatti appena quattro giorni dopo.
Il 25 febbraio l’ennesimo rogo di uno studente: il giovane Jan Zajic che si dette fuoco in piazza San Venceslao.
L’apertura portata nella politica sovietica da Mikhail Gorbachev permisero, alla fine degli anni ’80, a Dubček di tornare sulla scena politica guidando la Cecoslovacchia al rovesciamento del regime comunista con la Rivoluzione di Velluto (1989) e alla successiva transizione verso la democrazia.

Nessun commento:

Posta un commento