martedì 31 gennaio 2017

Immigrati: ‘chi scappa dalla guerra non merita rispetto’, striscioni ‘choc’ di CasaPound in 100 città italiane


Roma, 31 gennaio – “Chi scappa dalla guerra, abbandonando genitori, moglie e figli non merita rispetto!”. E’ questo il testo degli striscioni a firma CasaPound Italia spuntati questa mattina in un centinaio di città italiane dal nord al sud del paese. “In tanti potranno giudicare il nostro un messaggio ‘choc’ – spiega Cpi in una nota -, ma chi non ha fatto dell’ipocrisia la propria bandiera sa che non è possibile mettere sullo stesso piano chi abbandona paese e famiglia al proprio destino per scappare in Europa in cerca di benessere e chi sceglie di resistere e combattere per la libertà del suo popolo. E’ per questo che il nostro rispetto va ai siriani che vediamo combattere ogni giorno nell'esercito regolare del presidente Bashar al Assad per difendere la loro Nazione dall'oscurantismo dell’Isis più che ai tanti ‘migranti’ in fuga in Italia alla ricerca di sussidi e assistenza che nel loro paese non hanno lottato per ottenere”.


San Giorgio a Cremano

Napoli

Sorrento

Pomigliano d'Arco

lunedì 30 gennaio 2017

Bloody sunday

Niente più colonie in Europa,Irlanda libera!

Bloody Sunday (in gaelico: Domhnach na Fola), letteralmente "Domenica di Sangue",è il termine con cui si indicano gli eventi terroristici accaduti nella città di DerryIrlanda del Nord, il 30 gennaio del 1972, quando il 1º Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell'esercito britannico aprì il fuoco contro una folla di manifestanti per i diritti civili, colpendone 26. Tredici persone, la maggior parte delle quali molto giovani, furono colpite a morte, mentre una quattordicesima morì quattro mesi più tardi per le ferite riportate. Due manifestanti rimasero feriti in seguito all'investimento da parte di veicoli militari.






Le vittime


  • John (Jackie) Duddy (17). Ucciso con un colpo al petto nel parcheggio dei condomini di Rossville. Quattro testimoni affermarono che Duddy era disarmato e stava scappando dal reggimento di paracadutisti quando fu ucciso. Tre di loro videro un soldato prendere attentamente la mira sul ragazzo mentre correva. Era zio del pugile irlandese John Duddy.
  • Patrick Joseph Doherty (31). Ucciso da un colpo alle spalle mentre tentava furtivamente di mettersi al riparo nella spiazzo antistante i condomini di Rossville. Doherty fu fotografato ripetutamente dal giornalista francese Gilles Peress sia prima che dopo la sua morte. Nonostante la testimonianza del "Soldato F" che fece fuoco sull’uomo, perché a sua detta teneva in mano una pistola e stava sparando, fu constatato che le fotografie ritraevano Doherty disarmato, e i test forensi sulla sua mano per verificare resti di polvere da sparo diedero esito negativo.
  • Bernard McGuigan (41). Ucciso da un colpo alla nuca quando era andato a soccorrere Patrick Doherty. Aveva sventolato un fazzoletto bianco al soldato per indicare le sue intenzioni pacifiche.
  • Hugh Pious Gilmour (17). Ricevette un proiettile che colpì il gomito entrando poi nel petto, mentre scappava dal reggimento paracadutisti in Rossville Street. Fu constatato che una fotografia scattata alcuni secondi dopo l’uccisione di Gilmour, lo mostrava disarmato, e i test per i residui di polvere da sparo diedero esito negativo.
  • Kevin McElhinney (17). Colpito alle spalle mentre tentava di mettersi al riparo all’entrata del condomini Rossville. Due testimoni affermatono che McElhinney era disarmato.
  • Michael Gerald Kelly (17). Colpito allo stomaco mentre si trovava vicino alla barricata dei Rossville Flats. Fu constatato che Kelly che disarmato.
  • John Pius Young (17). Colpito alla testa mentre si trovava vicino alla barricata dei condomini. Due testimoni affermarono che era disarmato.
  • William Noel Nash (19). Colpito al petto vicino alla barricata. Testimoni hanno affermato che Nash era disarmato e stava correndo in soccorso di un altro mentre fu ucciso.
  • Michael M. McDaid (20). Colpito in faccia mentre si trovava vicino alla barricata mentre si allontanava dai paracadutisti. La traiettoria del proiettile indicava che potrebbe essere stato ucciso dai soldati appostati sulle mura di Derry.
  • James Joseph Wray (22). Ferito e poi colpito nuovamente da vicino mentre si trovava a terra. Alcuni testimoni, che non furono chiamati dalla commissione d'inchiesta di Widgery, hanno affermato che Wray stava gridando che non riusciva a muovere le gambe, prima di venire colpito la seconda volta.
  • Gerald Donaghy (17). Colpito allo stomaco mentre tentava di scappare al sicuro verso Glenfada Park e Abbey Park. Donaghy fu portato in una casa vicina dove fu visitato da un medico. Le sue tasche vennero svuotate per poterlo identificare. Una fotografia della polizia fatta più tardi del corpo di Donaghy mostrava bombe a mano nelle sua tasche. Né quelli che cercarono nelle sue tasche nella casa, né il medico ufficiale dell’esercito britannico (Soldato 138) che dichiarò la sua morte dissero di aver trovato bombe nelle sue tasche. Donaghy era membro di Fianna Éireann, un movimento giovanile repubblicano legato all’IRA. Paddy Ward, che depose all’Inchiesta Saville, affermò che aveva dato due bombe a mano a Donaghy alcune ore prima che fosse ucciso.
  • Gerald (James) McKinney (34). Ucciso appena dopo Gerald Donaghy. Testimoni affermarono che McKinney stava correndo dietro Donaghy, e che si fermò alzando le mani gridando "Don't shoot! Don't shoot!" (Non sparate! Non sparate!), quando vide Donaghy cadere. Gli fu quindi sparato al petto.
  • William Anthony McKinney (27). Colpito alle spalle mentre cercava di soccorrere Gerald McKinney.
  • John Johnston (59). Colpito alla gamba e alla spalla sinistra in William Street 15 minuti prima che iniziasse la sparatoria. Johnston non prendeva parte alla marcia, ma stava andando a trovare un amico a Glenfada Park. Morì 4 mesi e mezzo più tardi; la sua morte fu attribuita alle ferite riportate quel giorno. Fu l’unico a non morire immediatamente quel giorno.

Cpi contro centro d'accoglienza a ischia


Donazione di giocattoli di cpi Napoli

"Questo pomeriggio siamo stati all'Opera don Calabria di via Santa Maria Avvocata a Foria per la consueta donazione di giocattoli durante la quale i nostri militanti hanno passato un pomeriggio di gioco con i Bambini del quartiere.
Siamo quello che facciamo."


Sulla pagina Fb di CasaPound Italia Napoli



lunedì 23 gennaio 2017

Harukichi Shimoi 下位春吉 (Fukuoka, 20 ottobre 1883 - 1º dicembre 1954) - Poeta e scrittore, studioso di Dante, docente di giapponese presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli. Si arruolò nell’Esercito Italiano nella Prima Guerra Mondiale dove divenne “Ardito” e insegnò karate ai commilitoni. Dopo la guerra Shimoi funse da collegamento, trasportandone segretamente le lettere, tra Gabriele D'Annunzio, reggente di Fiume e Benito Mussolini, all'epoca a capo dei Fasci italiani di combattimento e direttore de Il Popolo d'Italia, sfruttando il suo passaporto diplomatico che gli permetteva una grande libertà di movimento. Soprannominato da Gabriele D’Annunzio “Camerata Samurai”, aderì all’impresa di Fiume e al Fascismo. Fu tra gli organizzatori del volo propagandistico Roma-Tokyo.




giovedì 19 gennaio 2017


« Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà »



mercoledì 18 gennaio 2017


L'NPD vince la causa contro la corte federale, "Non è un pericolo per la democrazia"
Anche se con motivazioni discutibili, si conclude bene il processo che voleva lo scioglimento del NPD

Congratulazioni.


martedì 10 gennaio 2017

Alberto, Stefano Presenti!





Gli anniversari degli eccidi più feroci diventavano, in quegli anni allucinanti, altrettanti regolari appuntamenti con la morte. Era già successo a Milano, con Enrico Pedenovi ucciso ad un anno dalla morte di Sergio Ramelli. Così, anche il 10 gennaio 1979, ad un anno dalla strage di via Acca Larentia, per Roma è una giornata di terrore e per i camerati un'altra giornata di lutto. Lo scenario è quello della repressione: ogni manifestazione è vietata, tutte le sezioni sono blindate e i responsabili "diffidati". La sinistra mobilitata in presidi armati contro "le provocazioni". 
I giovani di destra impediti a manifestare si ritrovano in cortei spontanei che cercano di convergere su via Acca Larentia. La Questura interviene, come sempre quando si tratta di manifestazioni di destra, in maniera pesantissima. Ne nascono scontri, tafferugli, inseguimenti. Durante uno di questi uno studente del Fronte, Alberto Giaquinto, 17 anni, viene colpito alla testa da un proiettile esploso, a distanza ravvicinata, da un agente in borghese: Alessio Speranza. E qui inizia il giallo infamante che, chi ha vissuto quegli anni, ricorderà benissimo. 
La sera il telegiornale della Rai enfatizza gli scontri, esattamente con la stessa energia con la quale minimizzava le violenze di sinistra, dando ampio risalto alle immagini di un'insegna della Democrazia Cristiana bruciata... Quindi riferisce che "uno degli assaltatori" della sezione DC, armato di pistola, era stato affrontato da un agente di polizia che lo aveva colpito, ovviamente per legittima difesa. Le parole del commentatore sono accompagnate da un filmato del luogo in cui Giaquinto è stato colpito e la telecamera si sofferma anche su una pistola di grosso calibro lasciata a terra. "Questa è l'arma che impugnava il missino" affermano i solerti giornalisti cui non sembra vero di poter additare al pubblico la "violenza fascista". 
Ma quella non era la verità. Giaquinto non era armato e non stava assalendo nessuno. Per anni la famiglia, gli avvocati, il partito, nonostante le potenti omertà e le coperture conniventi, denunciarono i responsabili di quello che appariva un autentico omicidio. Solo al processo, alcuni anni dopo, venne fuori la verità. Si scoprì che, contrariamente a quanto affermato nei verbali, Alberto Giaquinto non era stato colpito alla fronte, bensì alla nuca, quindi mentre fuggiva e non mentre attaccava. Ma soprattutto che fine aveva fatto la famosa pistola, mostrata nel filmato del telegiornale, quella che secondo la polizia Giaquinto impugnava? Sparita. Mai esistita. In realtà era stata messa lì, a terra, da un funzionario della Digos, per far ricadere le colpe sul giovane missino.
A tale proposito vi è anche la testimonianza di un militante di Democrazia Proletaria, che assistette all'omicidio: "Poi ho sentito lo sparo ed ho visto un ragazzo a terra. Stava morendo, ma quei tipi hanno allontanato tutti i cittadini che volevano portargli soccorso; lo hanno lasciato sul selciato per più di venti minuti scosso come da brividi di freddo. Ricordo come tremasse quel corpo. Non aveva pistole né vicino né lontano da lui, quel ragazzo non aveva fatto niente per morire così!".
La vicenda si è conclusa con una mite condanna dell'agente killer e dei funzionari complici. Rimane comunque emblematica delle responsabilità degli organi dello Stato nel creare una "strategia del terrore" a senso unico, rivolta sempre e solo contro la destra, per compiacere il nuovo padrone: il PCI. 







Proprio mentre i telegiornali davano la notizia della morte di Alberto Giaquinto , Stefano Cecchetti (simpatizzante di destra) e i suoi amici, stavano discutendo dell'accaduto di quel giorno, davanti al bar di Largo Rovani (bar frequentato da persone di destra e non solo), nel quartiere Talenti di Roma. Era passata la mezzanotte, ed a un certo punto, proprio mentre Stefano e i suoi amici stavano tornando a casa, una macchina nelle loro vicinanze si mette in moto e gli passa davanti sparando colpi di arma da fuoco (attentato svolto come nella strage di Acca Larenzia). Stefano cade a terra senza vita, mentre altri due suoi amici, ovvero Maurizio Battaglia e Alessandro Donatore (entrambi di 18 anni), rimangono feriti. Nei giorni successivi gli assassini di Stefano si firmarono come "Compagni organizzati per il Comunismo". Stefano muore sul colpo all'età di 18 anni, e tuttora i suoi assassini non hanno ancora un volto e soprattutto non è ancora stata fatta giustizia.

domenica 8 gennaio 2017

Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe (Barcellona Pozzo di Gotto4 novembre 1945 – Barcellona Pozzo di Gotto8 gennaio 1993

Giornalista e militante di neofascista (frequentò Ordine Nuovo e poi del MSI-DN),  collaborava con alcune radio provinciali, con l'emittente locale Radio Tele Mediterranea ed è corrispondente de La Sicilia di Catania. 


La sua attività giornalistica è rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria.
La sua operosità e il suo lavoro diedero fastidio a più di una persona. La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona Pozzo di Gotto. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale all'ergastolo per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti.





sabato 7 gennaio 2017




Il 7 gennaio 1978 è un sabato, a Roma si vedono ancora le ultime luminarie natalizie. In via Acca Larenzia, una piazzetta di circa 300 metri quadri, c’è una sezione del Msi aperta a metà degli anni ’70. Quel giorno, in quella sede, i giovani missini sono intenti a preparare volantini per un concerto del gruppo di musica alternativa di destra Amici del Vento. La maggior parte del gruppo esce dalla sezione alle 18 per andare a volantinare con altri militanti in piazza Risorgimento.
Si attardano solo in cinque. Sono Francesco Ciavatta, studente di 18 anni, Franco Bigonzetti, diciannovenne iscritto al primo anno di Medicina e Chirurgia, Maurizio Lupini, giovane responsabile dei comitati di quartiere, Giuseppe D’Audino, studente, e Vincenzo Segneri, giovane meccanico. Spetta a loro chiudere la sezione, per poi recarsi in zona Prati per distribuire volantini di protesta contro la chiusura della sede Msi di via Ottaviano imposta dal Ministero dell’Interno. Escono alle 18.20 circa, spengono la luce. I primi a lasciarsi la porta alle spalle sono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, dietro di loro Vincenzo Segneri. Per chi esce, alla sinistra della porta d’ingresso della sezione c’è una scalinata a colmare il dislivello con via delle Cave, sulla destra, qualche metro più in là, una serie di piloncini di marmo che delimitano il confine con il marciapiede. E’ proprio davanti a questi piloncini che un commando di 6 o 7 “antifascisti” è in attesa.
Il commando, visi coperti da berretti e passamontagna, spara con pistole semiautomatiche e persino una mitraglietta Skorpion che qualche anno più tardi sarà ritrovata all’interno di un covo delle Brigate Rosse. Franco Bigonzetti, colpito alla testa, muore sul colpo. Vincenzo Segneri è ferito al braccio, ma con prontezza di spirito riesce a spingere gli altri all’interno della sezione, richiudendo la porta blindata. Non ce la fa Francesco Ciavatta: ferito, prova a fuggire disperatamente salendo la scalinata. Gli assassini lo seguono e gli sparano ancora, colpendolo alla schiena. Francesco stramazza a terra e rotola dalle scale.
All’interno della sezione, i tre superstiti restano al buio per qualche istante e sentono le voci degli assassini che imprecano e bestemmiano per il “magro bottino” prima di allontanarsi e fuggire su una Renault 4 rossa.
Quando uno dei tre riaccende la luce, la prima cosa che vedono è una macchia di sangue che entra da sotto la soglia della porta, allargandosi sempre più. E’ a quel punto che si guardano negli occhi, accorgendosi che due di loro sono rimasti fuori.
Il sangue che hanno visto è di Franco Bigonzetti, lo capiscono appena trovano il coraggio di uscire dalla sezione. Ciavatta è una decina di metri più in là, sulla scalinata, fa appena in tempo a dire “Non pensate a me, pensate a Franco che sta peggio” e “Aiuto, mi brucia tutto, aiuto”. Poi perde i sensi, e morirà durante il trasporto in ambulanza. Tre proiettili gli hanno trapassato la cavità toracica, uno gli ha perforato il cuore.
E’ la strage di Acca Larenzia, 7 gennaio 1978, uno dei più feroci delitti dell’antifascismo militante degli anni ’70.
Ma non è ancora finita, perché un paio di ore dopo, sul selciato dello stesso piazzale, cadrà un altro giovane.
La notizia dell’agguato si diffonde tra i militanti missini, che organizzano un sit-in di protesta proprio sul luogo della tragedia. Ci sono tutti, dal segretario del Fronte della Gioventù Gianfranco Fini ai futuri terroristi dei Nar Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Franco Anselmi, che proprio in quel maledetto giorno del 1978 decidono, per loro stessa ammissione, di passare allo “spontaneismo armato”.
L’atmosfera è tesa, i militanti missini si raccolgono intorno alle pozze di sangue dei due ragazzi assassinati, scoppiano tafferugli con le forze dell’ordine per motivi imprecisati. I carabinieri sparano in aria, ma uno di loro, il capitano Eduardo Sivori, mira ad altezza uomo. L’arma si inceppa, ma ciò non basta per placare il raptus dell’ufficiale, che si fa prestare la pistola dal suo attendente e spara contro un ragazzo, colpendolo in mezzo alla fronte. A cadere a terra è un diciannovenne, Stefano Recchioni, disarmato, militante della sezione di Colle Oppio, chitarrista del gruppo di Musica Alternativa “Janus”. Morirà in ospedale dopo due giorni di agonia.
Il duplice omicidio di Bigonzetti e Ciavatta sarà rivendicato da sedicenti “Nuclei Armati di Contropotere Territoriale” con queste parole:

Un nucleo armato, dopo un’accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l’ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d’Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell’accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all’uso delle armi.

Le confessioni di una pentita, Livia Todini, portano, nove anni dopo i fatti, all’arresto di Mario Scrocca, un infermiere che il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici si suicida in cella. Altri tre arrestati, Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis sono assolti in primo grado “per insufficienza di prove”, stessa sorte tocca a Daniela Dolce, rimasta latitante. I colpevoli dell’agguato sono quindi rimasti sempre ignoti e liberi.
Eduardo Sivori, l’ufficiale dei Carabinieri che ha sparato a Stefano Recchioni, non ha subito alcuna conseguenza giudiziaria né disciplinare.
Il padre di Francesco Ciavatta, Mario, si è suicidato qualche mese dopo bevendo acido muriatico: sarà la quarta vittima di Acca Larentia.
La data del 7 gennaio 1978, spartiacque degli anni di piombo, non deve mai essere dimenticata. Per difenderci da chi ancora oggi scrive sui muri beceri slogan che inneggiano alla strage. O da chi, come l’Anpi, vorrebbe impedire il ricordo di questo martirio. E per capire a quale efferratezza abbia portato una stagione di odio politico durata un decennio. E a chi, spesso, si ispirino gli “antifascisti militanti” di oggi.
Noi vogliamo ricordarla citando la dedica che appare sulla lapide intitolata a Francesco Ciavatta:

"Ora che l’ipocrisia inutile dei discorsi si è spenta, ora che sei soltanto un ricordo, ora ti voglio parlare: per chi sei morto? Non importa, ci credevi. E’ stato inutile? Non importa, ci credevi."





venerdì 6 gennaio 2017

Cpi dona un sorriso

Questa mattina, come da tradizione, ci siamo recati al reparto pediatrico del Policlinico di Napoli nell'ambito della nostra iniziativa "dona un sorriso" per donare i giocattoli da noi raccolti, grazie alla generosità dei tanti Napoletani, ai bambini costretti a passare anche questa festa in ospedale.
IO HO QUEL CHE HO DONATO







Nella giornata dell’Epifania di Venerdì 6 gennaio, il nucleo Vesuviano di Casapound, per il terzo anno consecutivo, ha effettuato una donazione di giocattoli e cesti di dolciumi per i bambini meno fortunati di alcune case famiglia della zona Vesuviana-Nolana.
“La nostra distribuzione fa parte di un progetto di solidarietà che va avanti da anni, volto a non dimenticare quelle fasce più deboli, troppo spesso dimenticate dallo stato.”
“ Abbiamo voluto organizzare questa iniziativa per cercare di regalare qualche attimo di gioia e spensieratezza a bambini meno fortunati, ed i loro sorrisi sono stati la ricompensa più bella che potessimo ricevere. Ringraziamo tutti gli abitanti Vesuviani che con le varie donazioni hanno contribuito alla buona riuscita della raccolta”.


giovedì 5 gennaio 2017

In Cecoslovacchia ( oggi Repubblica Ceca e Slovacchia) il cambiamento cominciò alle ore 20 di quel 5 gennaio 1968 quando Radio Praga diffuse un comunicato del plenum del Partito Comunista in cui si informava della sostituzione di Antonin Novotny con Alexander Dubcek alla funzione di primo segretario. In breve tempo In tutto il paese si moltiplicano comunicati di appoggio al nuovo corso: il cosiddetto “Socialismo dal volto umano”.
Esso prevedeva il riconoscimento delle libertà politiche, culturali e sindacali, la separazione fra partito e governo, la parità fra le diverse componenti etniche del paese. La classe operaia fu coinvolta nel processo di democratizzazione attraverso la creazione di nuovi strumenti di democrazia di base.
Ma i dirigenti più ortodossi del blocco sovietico cominciarono ad allarmarsi, la Cecoslovacchia si trovava sotto la minaccia di una "contro-rivoluzione" . Alcuni capi comunisti dei Paesi vicini, come Walter Ulbricht della DDR e Wladyslav Gomulka in Polonia, si distinsero per i loro attacchi nei confronti della situazione politica appena iniziata a Praga. A Mosca non si perse tempo. Si susseguirono gli incontri con Dubcek, di volta in volta violentemente criticato o amorevolmente consigliato a correggere la politica del partito.
Il tentativo riformatore verrà bruscamente interrotto: nella notte tra il 20 e il 21 agosto prese il via la "normalizzazione " di Mosca, l'Operazione Danubio: 165.000 soldati del Patto di Varsavia ripartiti sul territorio della DDR, della Polonia e dell’Ungheria formarono il primo scaglione d’attacco, a supporto 4.600 carri armati. Cinque giorni più tardi, la Cecoslovacchia fu occupata da 27 divisioni equipaggiate con 6.300 carri armati, 800 aerei, 2.000 cannoni. Circa 400 mila soldati invasero un Paese di circa 14 milioni di abitanti. Gustav Husak, che sostituì Dubček e divenne anche presidente, annullò quasi tutte le riforme di quest'ultimo.
Nei primi giorni dell’invasione morirono 72 cecoslovacchi (il totale delle vittime sarebbe arrivato a più di 200 tra invasori e manifestanti), mentre Dubček invitava la popolazione a non opporre resistenza. Con l’andare dei mesi e il perdurare dello stallo, la popolazione cecoslovacca divenne sempre più insofferente nei confronti dell’invasore sovietico (che non se ne andrà fino al 1991).
La protesta dei cecoslovacchi raggiunse l’apice il 16 gennaio 1969, quando il giovane studente Jan Palach si dette fuoco in piazza San Venceslao, per protestare contro l’occupazione. Il gesto di Jan Palach, che morirà il 19 gennaio, non fu isolato: un altro studente lo emulò infatti appena quattro giorni dopo.
Il 25 febbraio l’ennesimo rogo di uno studente: il giovane Jan Zajic che si dette fuoco in piazza San Venceslao.
L’apertura portata nella politica sovietica da Mikhail Gorbachev permisero, alla fine degli anni ’80, a Dubček di tornare sulla scena politica guidando la Cecoslovacchia al rovesciamento del regime comunista con la Rivoluzione di Velluto (1989) e alla successiva transizione verso la democrazia.

Cpi ricorda le vittime di Acca Larenzia

Bacoli

Brusciano

Napoli

Saviano

Sorrento

Torre del Greco

domenica 1 gennaio 2017

IN MEMORIA DI CRISTIAN PERTAN


Dodici anni fa se ne andava un grande patriota, un grande istriano ma, soprattutto, un grande uomo. Vogliamo ricordarlo, anche quest'anno, raccontando in breve la sua storia, tramite le parole di chi ebbe la fortuna di conoscerlo e di apprezzarne la bontà, le qualità e l'impegno per quella terra istriana che, come da lui scritto in una celebre poesia, portava nelle vene.
"Cristian era nato a Trieste, il 1 giugno 1974, da Mario Pertan ed Elsa Federici, entrambi originari di un paese di campagna tra Umago e Buie, in Istria. Il piccolo Cristian, figlio unico, era cresciuto tra la casa dei genitori a Trieste e quella dei nonni materni a Pizzudo, nel comune di Umago, dove passava molto tempo, soprattutto nei mesi estivi, avendo stretto così molte amicizie, sia al di qua che al di là del confine e cominciando a coltivare le passioni che contraddistingueranno la sua vita.
Da ragazzo aveva iniziato a frequentare la curva nord dello stadio Grezar ed a seguire la squadra della sua città natale anche in trasferta. Pur orgoglioso della sua Trieste, Cristian sentiva molto le sue radici istriane e spesso divertiva i suoi amici, parlando scherzosamente quel colorito dialetto istro-veneto appreso da amici e parenti fin da bambino. Completati gli studi superiori al liceo Oberdan e dopo aver assolto gli obblighi di leva presso il 9° Btg. Col Moschin, Cristian aveva deciso di provare ad intraprendere la carriera militare e si era iscritto all’accademia militare di Modena, nel 1994. Terminata l’accademia, Cristian si era iscrito alla scuola militare di applicazione di Torino nella quale, nel 1998, veniva nominato tenente dei paracadutisti. Nello stesso periodo, sempre a Torino nell’ambito della scuola militare, si laureava in scienze politiche. L’anno successivo veniva assegnato al 183° B.tg. paracadutisti “Nembo” di Pistoia e negli anni successivi partecipava a varie missioni in Bosnia e Kosovo. La sua carriera continuava ad essere sempre più brillante: nel 2003 veniva nominato capitano e l’anno successivo veniva trasferito alla scuola Militare di Paracadutismo di Pisa in qualità di Capo Sezione Addestramento.
La carriera militare lo teneva lontano da casa ma appena possibile, nei fine settimana, Cristian tornava dai suoi a Trieste e soprattutto nella sua amata Istria. Nel frattempo Cristian, ormai da tutti soprannominato “Boccia” per la sua testa rotonda e liscia, imparava a suonare la chitarra e nel suo ormai costante ed ostinato sforzo di divulgazione della storia della sua terra, fondava con Nello ed altri amici il gruppo dei “Non nobis domine”, che dava vita a canzoni come “Mas 96” e “Terra Rossa”, divenute celebri nell’ambiente della musica alternativa.
Nonostante la sua giovane età “Boccia” aveva letto e studiato molto, per sua passione e curiosità verso il mondo e la società umana, era conosciuto da molti come una persona ricca, di grande cultura ed eccezionale ricchezza spirituale.
All’alba dell’anno 2005, a metà strada tra i 30 e i 31 anni, in uno dei periodi più felici della sua vita, Cristian Pertan se ne andava inaspettatamente, in sella al suo motorino tanto vecchio e lento da sembrare innocuo, ironia della sorte proprio in una via intitolata ad un patriota istriano. Dopo l’ennesima serata coi suoi amici, dopo l’ennesimo periodo di ritorno a casa, per l’irresistibile richiamo della sua terra, Cristian partiva così, stavolta senza salutare, stavolta per una missione più grande, per un viaggio più lungo".
Capitano Paracadutista Cristian Pertan: PRESENTE!


1 Gennaio 1978: Muoiono In Un Attentato Sull'Etna Candura E Sciotto (FLN)

Arrivano le vacanze di Natale e un gruppo di neofascisti catanesi è intento a organizzare il veglione di Capodanno. Si tratta di un gruppetto che gravita intorno al «nipotino» di Concutelli, Rino Candura, ventitré anni, amico di un altro giovane ordinovista, Pierluigi Sciotto. Candura, in realtà, è uno dei capi del Fronte. Gli altri, invece, sono tutti ragazzini tra i diciotto e i diciannove anni. Il gruppo decide di organizzare il veglione sull’Etna, a Ragalna, nella baita di famiglia di Sebastiano Flores, vent’anni, altro militante del Fronte, che nasconde proprio nella casa di montagna parte dello stock delle carte d’identità rubate e non solo... I giovani, in tutto otto, partono da Catania. Ma hanno una sola macchina, quella di Sciotto, così Candura, alla guida, farà due viaggi. Nel primo trasporta al cottage il padrone di casa e altri due ragazzi. Poi torna a Catania, carica gli altri, compreso Sciotto, e ritorna a Ragalna. L’obiettivo – almeno quello dichiarato – è semplicemente preparare una brace per rosolare un maialino. Verso le 23, però, accade qualcosa di strano. Candura chiede a Sciotto di accompagnarlo fuori. I due prendono un lume a gas ed escono dalla baita, mentre gli altri restano dentro a mangiare, bere e cantare. Sembra tutto tranquillo. Ma mezz’ora dopo l’uscita di Sciotto e Candura il silenzio della montagna viene squarciato da un boato. Sarà un botto prematuro, si dicono i ragazzi nella baita. O forse l’Etna che ha ricominciato a eruttare, chissà. E continuano a mangiare. Arriva la mezzanotte. Brindisi, fuochi e auguri. Ma Candura e Sciotto non si fanno vivi. A quel punto i ragazzi cominciano a preoccuparsi e decidono di andarli a cercare. Al buio, facendosi strada con le torce elettriche, si dividono in tre gruppi, fino a quando uno di loro non si imbatte in una scena terribile: in zona San Valentino, a un chilometro e mezzo dalla baita, scoprono le tracce dall’esplosione sentita prima. Alberi bruciati, per terra un grande cratere, puzza di polvere da sparo e, soprattutto, pezzi di corpi umani sparsi nel giro di decine di metri. Brandelli dei corpi di Sciotto e Candura. I pischelli sono terrorizzati, scappano a gambe levate e tornano a Catania.
Il padre di Flores avvertirà i carabinieri soltanto all’ora di pranzo del giorno dopo. I militari arrivano sul posto e trovano il corpo di Candura completamente dilaniato: pezzi di gambe e braccia sparsi nel giro di trenta metri, alcuni addirittura appesi sui rami degli alberi. Il corpo di Sciotto è spezzato in due, con la parte superiore ancora intatta. Segno che Candura aveva con sé una bomba, che gli è esplosa in mano all’improvviso, e che Sciotto era a qualche metro di distanza. Insomma, i due ordinovisti catanesi, militanti del Fln, si erano staccati dagli amici per andare a preparare una bomba. Ma da piazzare dove e quando? I carabinieri si ricordano di una strana telefonata anonima, arrivata il 29 dicembre a un albergo di Nicolosi, che annunciava un imminente attentato contro la funivia dell’Etna, che però è ad almeno cinque chilometri dal luogo dell’esplosione. Mistero.