mercoledì 5 novembre 2014

Emanuele Zilli Presente!





Pavia 05.11.1973 - Il Movimento Sociale Italiano, nelle elezioni politiche del 1972, raggiunse il suo massimo storico con l’8,7 per cento alla Camera e il 9,2 per cento al Senato. Tutte le forze politiche della sinistra, preoccupate del successo elettorale dei neofascisti, corsero ai ripari. L’atmosfera di odio, alimentata dalle campagne giornalistiche ed intellettuali, tutte indirizzate verso l'antifascismo militante, condivise dalla stragrande maggioranza dell'intelligenza italiana, scrittori, registi, attori, professori universitari e studenti, coinvolse anche una tranquilla città di provincia come Pavia. La sezione del Movimento Sociale Italiano si trovava in Piazza Grandi e quotidianamente soggetta ad attentati. Per lungo tempo il Movimento Sociale Italiano pavese poteva contare su un unico consigliere comunale, Laerte Crivellini, oratore abile, ironico, leale e benvoluto dagli avversari definito anche come “Fascista Gentiluomo”. Tra gli iscritti un giovane, Emanuele Zilli, venticinque anni, residente a Pavia ma di origini abruzzesi, un paesino vicino Teramo, Fano Adriano. Cresciuto tra Roma e Torino, aveva frequentato il collegio di un seminario e cugino di Don Giuseppe Zilli, direttore di “Famiglia Cristiana”. Il padre faceva il pastore e nessuno della famiglia era di destra. Si era avvicinato al Movimento Sociale Italiano da ragazzo attraverso la vecchia organizzazione giovanile, la Giovane Italia, dove al sud aveva un radicamento profondo spesso legato anche alle attività ricreative, sportive e universitarie come il Fuan. Lavorava come operaio specializzato, prima presso l’azienda Necchi, e poi, in una ditta di trasporti, la Bertani. Sindacalista di destra, divenne ben presto delegato della Cisnal. Sposato con Giuseppina Lucci, ventidue anni, abruzzese anche lei, e le due figlie, Patrizia di due anni, e Vincenzina, poco meno di un anno. I primi disordini in città si verificarono proprio durante la campagna elettorale con il comizio di Franco Servello con feriti e circa dodici arresti. Ma le persecuzioni nei confronti del giovane missino iniziarono subito dopo la sua candidatura alle elezioni comunali. Una prima aggressione avvenne sul posto di lavoro con un collega, Sante Negri. Emanuele Zilli fu costretto a sporgere regolare denuncia registrata in Pretura il 21 giugno del 1972. A distanza di qualche mese, la seconda aggressione. Nel dicembre del 1972, fu coinvolto in una rissa durante un attacchinaggio. In Piazza della Vittoria, angolo con Corso Cavour, alcuni missini si scontrarono con un gruppo di extraparlamentari di sinistra. Ad avere la peggio, Carlo Leva, militante del Partito Comunista Marxista - leninista, colpito al braccio da un colpo di pistola ad aria compressa e Emanuele Zilli, ricoverato al Policlinico di Pavia ma subito dimesso per essere trasferito direttamente al carcere di San Vittore con l’accusa di rissa e omicidio. Appena scagionato, la terza aggressione. Sempre nel dicembre dello stesso anno, fu prelevato da un plotone di extraparlamentari di sinistra e picchiato selvaggiamente, perse conoscenza e si ritrovò in ospedale con un referto di diciotto giorni. Intanto, dopo un breve periodo di amministrazione del Commissario Prefettizio, fu eletta una giunta di sinistra guidata da un giovane Sindaco socialista, Elio Veltri. Il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano, con un forte insediamento operaio, riuscirono a varare una giunta completamente “rossa”. E l’odio, nei confronti dei giovani militanti del Movimento Sociale Italiano, si fece sempre più aspro. Emanuele Zilli strinse un forte legame con Stefano Losurdo, leader del Fuan appartenente ad una famiglia di agrari proveniente da Altamura in provincia di Bari. Telefonate anonime, segnali inquietanti e numerose scritte ingiuriose nei pressi dell’abitazione, gettarono nel panico l’intera famiglia. Prima della sua morte, Emanuele Zilli, di ritorno a casa, aveva annunciato alla moglie Giuseppina di aver sottoscritto una polizza sulla vita. Il giovane missino era preoccupato, prudente, semplicemente desideroso di assicurare una tranquillità alla sua famiglia. Il venerdì, 2 novembre del 1973, intorno alle diciotto e trenta, Emanuele Zilli uscì da lavoro, salì sul ciclomotore cinquanta, un Marelli Dribbling, e si mise in viaggio, come tutti i giorni, verso casa. Non arrivò mai. Fu ritrovato in via Scapolla, strada del quartiere Borgo Ticino, parallela a via dei Mille, esamine sulla carreggiata e portato d’urgenza al Policlinico. All’alba del lunedì 5 novembre del 1973, dopo tre giorni di agonia, senza mai riprendere conoscenza, il cuore di Emanuele Zilli smise di battere. I solenni funerali si svolsero a Fano Adriano nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Tutto il paese era presente, tranne Don Giuseppe Zilli, cugino di Emanuele, che si trovava a Parigi; la moglie, Giuseppina, rimasta a casa con le bambine molto provata nel fisico e nel morale, e il Sindaco democristiano. Per i giornali e la Polizia la prima ipotesi fu quella di un incidente. Ma qualcosa non quadrava. Infatti il cadavere, oltre a due fratture letali al cranio, presentava un occhio tumefatto e un taglio profondo alla gola. Sul luogo della tragedia arrivò Leo Siegel, inviato del “Candido”, per condurre un’inchiesta meticolosa sulla dinamica della morte di Emanuele Zilli. Il giornalista sosteneva che era da escludere la collisione con un altro veicolo in transito perché non furono rinvenute tracce sul ciclomotore e sul corpo della vittima. Fu escluso anche l’ipotesi di un urto contro la cordonatura del marciapiede in quanto via Scapolla era priva di marciapiede. Quel giorno non pioveva e l’asfalto era regolare. Il corpo fu rinvenuto con la testa in avanti e le gambe all’indietro molto lontano dal ciclomotore. Una posizione impossibile. Il ciclomotore non presentava ammaccature di rilievo. Anche la Fiat cinquecento, parcheggiata a bordo strada, oggetto dell’impatto che aveva probabilmente provocato la caduta, presentava ammaccature incompatibili con la dinamica dell’incidente. Come era possibile che sul corpo di Emanuele Zilli non erano presenti ferite lacerocontuse sulle mani e sulle gambe? Come era possibile che Emanuele Zilli non aveva messo le mani avanti per attutire la caduta? Leo Siegel ipotizzò uno scenario opposto alla caduta. Mentre Emanuele procedeva ad andatura modesta gli piombarono alle spalle due aggressori colpendolo al capo. La famiglia e il partito decisero di eseguire una perizia necroscopica, affidata al medico legale dichiaratamente vicino al Movimento Sociale Italiano, il professor Carlo Pierucci. Il giorno della perizia, la sala del San Matteo di Pavia, era affollata di medici, inquirenti, dirigenti di partito e giornalisti. Il referto fu un duro colpo per la famiglia e gli amici di Emanuele Zilli. Nulla si affermava e nulla si escludeva. Ancora peggio di Ponzio Pilato. Il caso fu chiuso. Con la morte del marito, Giuseppina, fu costretta a svolgere due lavori. La mattina, operaia in fabbrica, e la sera, la donne delle pulizie. Solo in seguito alla chiusura dell’inchiesta, riuscì a percepire una somma di danaro dall’assicurazione che gli permise di mandare avanti con orgoglio la propria famiglia

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