giovedì 31 luglio 2014

Presente




Il 31 luglio 1973, durante un comizio del Pci a Reggio Calabria, un gruppo di militanti comunisti armati di bastoni e coltelli aggredisce un uomo solo, il sindacalista Cisnal Giuseppe Santostefano, che a causa delle ferite e dei traumi subiti muore poche ore dopo senza mai riprendere conoscenza.
Erano gli anni dei “moti di Reggio”, causati dalla designazione di Catanzaro a capoluogo regionale imposta deliberatamente dalla classe politica di allora e dal governo Rumor. Lo spostamento da Reggio Calabria della sede del capoluogo calabrese incontra la ferma resistenza dei reggini, i quali si sentono traditi e umiliati da governo e parlamento. Reggio Calabria era ed è una delle città più antiche e storicamente importanti della Magna Grecia, ma l’influenza politica di Cosenza e Catanzaro era maggiore, anche a causa della presenza di ministri e autorevoli esponenti politici nati o cresciuti in quelle due città. Ovvio che la decisione, maturata nei palazzi romani, fosse mirata a scontentare Reggio.
Gli abitanti reggini, già stremati dal senso di abbandono e di sudditanza ad un potere politico/mafioso, decidono di ribellarsi. E lo fanno con durezza.
Nel luglio 1970 il sindaco Pietro Battaglia (Dc) invita alla rivolta, ma dalla parte dei cittadini si schiera solo il Msi, guidato dal sindacalista Cisnal Ciccio Franco che proprio durante i moti reggini consegnerà agli onori della cronaca il grido di battaglia “Boia chi molla”.
I partiti dell’arco costituzionale fanno orecchie da mercante, la sinistra di governo (Psi) e di opposizione (Pci) addirittura si schiera apertamente contro la rivolta popolare. Scoppiano tafferugli, anche violenti, tra Forze dell’ordine e reggini.
Alle elezioni politiche del 1972 la città di Reggio Calabria impartisce una solenne lezione a Pci e partiti di governo, votando in massa Msi ed eleggendo Ciccio Franco senatore. Le sedi dei partiti, in città, restano deserte. Soltanto il Pci riesce a mettere in piedi una struttura paramilitare e semiclandestina, decisa ad impartire una lezione ad un Msi che stava crescendo in termini di consenso.
Il segno più tangibile della presenza dei comunisti si traduce nell’assassinio di Giuseppe Santostefano, lavoratore e tra i più attivi sindacalisti Cisnal. Un delitto che resterà impunito negli anni: nessuno pagherà per la vile aggressione.
I “difensori del popolo e dei lavoratori” uccidono, massacrandolo, un lavoratore che partecipava in modo attivo ad una rivolta popolare contro la partitocrazia. Così erano i militanti del Pci: per questo la morte di Giuseppe Santostefano è destinata a rimanere simbolica.

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