lunedì 17 giugno 2013

Giuseppe Mazzola, Graziano Guralucci Presenti!




17 giugno 1974: Il battesimo di fuoco delle Brigate Rosse:

Giuseppe Mazzola, aveva sessant'anni. Era un carabiniere pensionato dell'Arma, per la quale, lui bergamasco, aveva prestato servizio lungamente in Calabria, dove aveva sposato Giuditta Caccia mettendo al mondo quattro figli. quando nei primi anni Sessanta si erano trasferiti a Padova. Per rendersi utile in qualche modo Giuseppe aveva assunto, pur non avendo la tessera del partito, l'impegno di tenere la contabilità del Movimento sociale e di adoperarsi in piccoli lavori marginali come il disbrigo e l'inoltro della posta.

Graziano Giralucci aveva invece solo 29 anni, era sposato con Bruna Vettorato, e padre di una bambina di tre anni, Silvia. Agente di commercio in articoli sanitari, aveva fondato il Cus Padova Rugby ed era un assiduo giocatore. Le foto di famiglia mostrano un giovanotto muscoloso, con le spalle larghe, un sorriso un po' ironico di sfida, capelli corti e folti con un ciuffo ben pettinato che gli copre in parte la fronte.

Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci si incontrano quella mattina di giugno nella sede del Movimento sociale e vengono assassinati da un commando delle Brigate Rosse.

E' questo il primo fatto di sangue attribuito storicamente alla formazione armata. Secondo la ricostruzione processuale, che avviene successivamente nell'arco di circa vent'anni, le cose sono andate così.

Il commando Br era formato da Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene, Giorgio Semeria, Martino Serafini e Susanna Ronconi. Semeria è l'autista del gruppo. La Ronconi e Serafini, armati, fanno da palo sulle scale. Pelli e Ognibene, che pochi giorni prima si è già introdotto nella sede del Msi con il compito di studiare "l'azione", irrompono nei locali. Si trovano di fronte Mazzola e Giralucci e puntano le pistole.

Mazzola, non intimorito, afferra la pistola di uno dei due terroristi e Giralucci cerca di immobilizzarlo abbrancandolo per il collo. Mazzola perde il controllo, gli sfugge la presa del silenziatore e scivola a terra. L'altro terrorista a questo punto interviene per difendere il compagno, spara un colpo che raggiunge alla spalla Giralucci ed un secondo che colpisce Mazzola già a terra trapassandogli la gamba destra e l'addome. Mazzola e Giralucci, che a questo punto non possono più opporre resistenza, vengono finiti ognuno con un colpo alla testa. Un'esecuzione crudele e feroce, che le Br rivendicano alcuni giorni dopo con un comunicato: "Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del Msi in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati".

Il comunicato non dice che le due persone, una delle quali anziana, erano già state ridotte all'impotenza prima di essere assassinate. Con freddo calcolo si giustifica a posteriori, "politicamente", il duplice delitto e Giuseppe e Graziano assumono il connotato astratto di "fascisti". Il vertice delle Brigate Rosse, prima di assumersi la paternità di questa "azione" con cui per la prima volta si trova di fronte alla morte, medita sulle possibili conseguenze, soprattutto sulla reazione della propria base di riferimento.

Dopo qualche tentennamento prevale la considerazione del fatto che la "cancellazione di due fasci" verrà accolta senza problemi e quindi le Br rivendicano il delitto sublimandolo in atto di guerra. "Per capire come ciò possa essere avvenuto - dice Piero Mazzola - bisogna riandare al clima di quegli anni. Era il tempo in cui campeggiavano sui muri le scritte 'Uccidere un fascista non è reato', e 'I covi dei fascisti vanno chiusi col fuoco'... La 'caccia al fascista' era all'ordine del giorno e non faceva neanche più notizia".

Dopo la rivendicazione i mass media, parlando di "fantomatiche" e "sedicenti" Brigate Rosse, accreditano l'ipotesi che in realtà il duplice omicidio sia stato commesso da "fascisti mascherati". E alla Facoltà di Scienze politiche, dove insegna Toni Negri, compare un tazebao in cui si spiega l'accaduto come conseguenza di uno "scontro tra fascisti".

Per i sei anni successivi la magistratura inseguirà la "pista nera" nello svolgimento delle indagini, fin che alcuni pentiti non cominceranno a fare chiarezza sull'evento. Dopo molti anni e numerosi processi, nel 1992 la Corte di Cassazione, confermando le risultanze del processo di appello in secondo grado, emetterà le seguenti condanne: 16 anni per Curcio e Moretti e 18 per Franceschini, in quanto mandanti; 18 anni ad Ognibene, 12 a Semeria, 12 alla Ronconi, 7 anni e mezzo a Serafini come esecutori. Pelli nel 1979 era morto in carcere di leucemia.

Giralucci e Mazzola sono due morti dimenticati. Pochi libri accennano all'uccisione di questi "due fascisti", dei quali quasi sempre non ci si ricorda neppure il nome: Graziano, un giovane del Movimento sociale; Giuseppe, un anziano carabiniere in pensione, di fede monarchica, che aveva scelto di mettere a disposizione dell'Msi una parte del suo tempo libero, ma che non partecipava neppure alle riunioni "politiche".

Padova li ha sepolti nell'indifferenza. Piero Mazzola ricorda i funerali in una città spettrale, con le vie deserte e le saracinesche abbassate.

Giralucci e Mazzola sono i primi di una lunga catena di morti ammazzati in assoluta gratuità, con ferocia, spesso con premeditazione. All'epoca del processo, nei primi anni Novanta, tutti i componenti della banda erano fuori dal carcere: in semilibertà Semeria, Susanna Ronconi ammessa al lavoro presso il gruppo Abele, a piede libero Serafini, impiegato presso il comune di Bologna Ognibene.

In quei giorni il presidente della Repubblica Francesco Cossiga annuncia che intende graziare Renato Curcio. Piero e gli altri famigliari di Giuseppe Mazzola chiedono la loro sospensione dallo status di cittadinanza italiana, mentre la figlia di Giralucci, Silvia, scrive a Cossiga: "La grazia è un'ingiustizia che ci offende, sia come famigliari delle vittime del terrorismo, che come privati cittadini. Mia madre ed io avevamo già espresso parere negativo alla grazia... La nostra vita è stata profondamente segnata da quell'episodio, è una vita non completa, non normale. Perché dobbiamo concedere una vita normale a chi non ha permesso che la nostra fosse tale? Hanno stroncato e segnato irreversibilmente troppe vite per avere il diritto di godersi la loro. Constatatone il fallimento, vorrebbero, e lei con loro, considerare la loro esperienza storicamente sorpassata, ma il dolore mio e della mia famiglia non è ancora storia, è vita".

Mario Moretti, uno dei mandanti, in un suo libro intervista sulle Brigate Rosse afferma che "c'è chi cerca di intorbidare una vicenda (la vicenda Br, n.d.a.) che è stata piena di speranze, forse illusioni, tentativi, errori, dolore, morte - ma non sozzure". La moglie e i figli di Mazzola, la moglie e la figlia di Giralucci la vedono diversamente.

"Non era mai morto nessuno nelle nostre azioni - scrive Moretti - ma chiunque non stesse nelle nuvole sapeva che poteva succedere, e avrebbe modificato la nostra collocazione. E malauguratamente con Padova lì ci trovavamo. Ne discutemmo. Considerai un opportunismo intollerabile far finta di niente. E pericoloso: cullarsi nell'illusione che stessimo spensieratamente giocando una partita della quale non sapevamo valutare le conseguenze. Cambiammo il volantino proposto dalla colonna del Veneto e rivendicammo l'azione spiegando quel che era avvenuto. Non è che la lotta armata ci stava prendendo la mano, si manifestava per quello che è: una lotta dove si muore. Negli anni successivi sospendemmo ogni attività nel Veneto e ci ritornammo soltanto nel '78..."

Questo è l'insegnamento che il leader storico delle Brigate Rosse Mario Moretti ricava dall'azione, cioè dal duplice assassinio, di Padova: la lotta armata è una lotta dove si muore. Ma muore chi? E per che cosa? E che cosa resta di quelle vittime?


Un giornalista in un intervista al figlio di Mazzola:

Avvocato Piero Mazzola, che cosa le ha lasciato suo padre?

"Un grande esempio di dignità. Fu ucciso perché non volle piegare le ginocchia di fronte ai terroristi. Diceva sempre che le ginocchia si piegano solo davanti a Dio. Questo è stato per me il suo insegnamento ed è quanto mi rimane di lui".

Pochi giorni fa (nell'anniversario della strage) una manifestazione in ricordo dei due caduti:

Perche noi non dimentichiamo 

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