mercoledì 15 maggio 2013

IL PICCONATORE DI MILANO E IL KILLER DI FIRENZE: STRAGI A CONFRONTO





Mada Kabobo, ghanese, arrivato da clandestino in Puglia, presenta istanza per l’asilo politico e ottiene un permesso di soggiorno temporaneo. Nel 2011 prende parte alla rivolta del Cara di Bari, rendendosi colpevole del ferimento di alcuni poliziotti e di furto aggravato. L’extracomunitario viene trasferito al carcere di Lecce, dove a causa di ulteriori violenze e scompigli, si becca una denuncia per danneggiamento. Nel febbraio 2012 viene rilasciato per “decorrenza dei termini di custodia”. Kabobo lascia il carcere, clandestino, ma uomo libero. Rispunta poi a Milano nel 2012, dove si fa notare dalle forze dell’ordine che però sono nuovamente costrette a rilasciarlo: non può essere allontanato dall’Italia, è necessario attendere l’esito di un ricorso. Dice di essere un senzatetto, nelle sue tasche sono state trovate le chiavi di un appartamento e di una macchina, ma lui, non ne sa proprio niente e racconta ai magistrati di vivere d’elemosina.
Una storia normale per questa Italia progressista. Le porte sono spalancate, anche se non c’è lavoro. Ma si sa: gli italiani non vogliono lavorare in nero per 2 euro l’ora. L’immigrazione è dunque una risorsa per combattere il minimo sindacale e i diritti dei lavoratori. E’ una risorsa anche per i politicanti: i voti di poveri disgraziati sono il motore della nostra democrazia.
Parliamo dunque di un uomo come tanti, di un clandestino in Italia, certo, non è proprio legale sulla carta, ma tranquilli, la Kyenge ha assicurato che questa ingiustizia avrà fine e che a breve non esisterà più reato di clandestinità. Nella terra dell’oro, c’è posto per tutti!
Insomma, questo Mada Kebobo, “il”legalmente in Italia, l’altra mattina si è svegliato e ha deciso di picconare qualche italiano. Ha iniziato a passeggiare per il quartiere Niguarda di Milano e ha sfracassato la testa a tre italiani, ammazzandoli, per poi ferirne un altro paio.
“Povero pazzo”, urlano le istituzioni ma noi fiorentini abbiamo una memoria di ferro e ricordiamo un altro pazzo, quello che nel 2011 uccise due senegalesi: Gianluca Casseri, il killer della Strage di Firenze.
All’epoca, la comunità senegalese reagì affermando “Non diteci che era un pazzo, se no avrebbe ucciso sia bianchi che neri”. Affermazione che vorremmo suggerire anche in questa occasione, data l’alta percentuale di stranieri che vivono nel quartiere milanese dove si è consumata la strage. Comunque, nessun dubbio a riguardo, il movente era il razzismo, il colpevole era anche vicino ad alcuni associazioni di destra. La colpa ricadde dunque sull’intera destra italiana, nessuno escluso. Erano tutti colpevoli di aver fomentato l’odio verso il diverso, “non ci si può consolare con l’idea dei pazzi- affermò Bersani all’epoca dei fatti – serve una reazione civile e culturale per bloccare i rigurgiti di tipo razzista”. La follia di Gianluca Casseri era dunque passata in secondo piano, i veri responsabili erano tutti quelli che avevano pensato di dover porre un freno all’immigrazione, tutti quelli che, statistiche alla mano, avevano imputato agli immigrati un’altissima responsabilità nell’aumento dei crimini, dal furto allo stupro.
L’odio istigato da questi personaggi, era sfociato in una strage.  Tutte le istituzioni nazionali decisero di prendere quell’episodio a monito del pericolo rappresentato da chiunque non ritenesse l’immigrazione, in toto, cosa buona e giusta, chi avesse perplessità sulle modalità che la regolano o sulle possibilità di integrazione.  L’accaduto, in poche parole, fu strumentalizzato in senso politico da quell’ala politica che tanto gode della discordia civile, dell’odio tra connazionali, che adora inventare nuovi tabù e delimitare il libero pensiero.
Ricordiamo l’ira della comunità senegalese, che il giorno stesso raggiunse in corteo la questura, rovesciando motorini e distruggendo macchine, ricordiamo la giornata di lutto cittadino, la manifestazione cui presero parte i più alti membri delle istituzioni, le migliaia di persone pronte a sfilare per le strade con l’unico obiettivo di contestare, non l’efferato omicidio ma il “razzismo”, perché così si chiama, sempre.
Adam Kabobo e Gianluca Casseri sono due assassini, due pazzi, ma ciò che fa la differenza, oltre alla risposta dei media, è la reazione della stessa comunità: i senegalesi, quel giorno di giugno, si radunarono, fecero esplodere la loro rabbia per le vie, fino al secondo luogo della strage, con l’intento di linciare il killer, al coro di “o lo fate fuori voi, o lo facciamo fuori noi”, gridato contro le forze dell’ordine presenti.
Una ragazza senegalese quel giorno rilasciò un’intervista: “Questo non è un paese civile – affermò – in un paese civile non succedono queste cose, non si ammazza la gente in questo modo”. No, questo non è un paese civile. Ogni folle, dovrebbe essere giudicato per quello che è. Un uomo che ammazza tre italiani a picconate, senza centrare nemmeno uno straniero, dovrebbe essere considerato sì un pazzo, ma con un obiettivo. Nessun clandestino dovrebbe stare in Italia, senza documenti e lavoro, ogni immigrato che commette un reato dovrebbe essere rispedito a casa. Non è un paese civile, quella ragazza, aveva ogni ragione nel dirlo.
Condividiamo ora la sensazione di frustrazione della comunità senegalese, quella stessa rabbia, quello stesso senso d’impotenza, ma al contrario, nessun politicante tenterà di consolarci, nessuno proporrà una manifestazione annuale, nessuno utilizzerà questo tragico avvenimento, come avvertimento verso la violenza di taluni immigrati, benché la scia sia incredibilmente lunga e il fenomeno sin troppo radicato. Nessuno ricorderà questi morti come simbolo di qualcosa di più profondo, da combattere ad ogni costo. Perché anche se i clandestini commettono innumerevoli crimini, “beh che c’entra, potevano farlo anche un italiano, un francese o un russo”, perché le statistiche non significano nulla, perché “anche se è un clandestino può rimanere”, cosa importa se non ha di che sfamarsi, cosa importa se non ha di che sfamarsi nemmeno l’italiano! L’importante è accogliere tutti, farlo con il sorriso se no… “razzismo!”
Tre vite sono state spezzate: Ermanno Masini, Alessandro Carolè, Daniele Carella, sono stati picconati sabato mattina, da un ghanese legalmente autorizzato a stare in Italia, sebbene avesse precedenti penali, avesse partecipato a una sommossa, lanciato pietre, rubato, danneggiato proprietà e aggredito poliziotti. Un soggetto chiaramente pericoloso, che però era stato protetto e tutelato, cui era stato concesso un ricorso, da qualche bravo cittadino che non voleva macchiarsi di “razzismo”, perché sì, si chiama ancora così.
E se la tragica morte di Samb Modou e Diop Mor è diventata monito per le tragedie cui conduce la violenza razzista, le morti di questi tre italiani rimarranno vuote di ogni significato, saranno solo frutto di una qualunque pazzia. Pisapia tiene a sottolineare: “Non bisogna strumentalizzare a fini politici l’accaduto” e noi siamo concordi, anche se la nostra ferrea memoria, ci ricorda che non andò proprio così in un’altra occasione.
La rabbia degli italiani, la rabbia dei senegalesi nel dicembre 2011, era legittima e quella stessa rabbia, sarebbe giusta e legittima anche oggi. Mettere in dubbio, dopo l’ennesima conferma, le regolamentazioni alla base del fenomeno immigratorio in Italia, dei problemi relativi all’integrazione, non significa essere razzisti (anche se vorrebbero farcelo credere), significa desiderare qualcosa di meglio per questa Nazione, per i suoi cittadini e per chiunque, onestamente, ne voglia fare parte.
Ma noi dobbiamo subire una strage e stare in silenzio, non possiamo sfogare la rabbia per le strade o sui giornali, non possiamo ricondurre questo tragico evento ad un fenomeno che, non è stato, e non è trattato con la dovuta cautela, dobbiamo rispettare il linguaggio politicamente corretto, non possiamo accusare nessuno: siamo italiani in Italia, e la colpa, ce lo hanno insegnato, è sempre nostra, lo conferma Pisapia: “Se i presenti avessero avvertito prima le forze dell’ordine…”, lo confermano affermazioni quali: “Era un poveraccio, aveva fame, sentiva le voci”,  “Ha agito per le condizioni di vita in cui si trovava”, “A quell’ora del mattino la gente doveva essere a casa, non per strada” . Insomma, anche in questo caso, la colpa è degli italiani, vivi o morti che siano, non lo abbiamo fatto integrare, non lo abbiamo nutrito, e lui, ha dato di matto. Considerazioni che, una buona fetta d’Italiani, è vergognosamente pronta ad incassare.
Oltre la follia omicida di questi due killer, oltre i volti di cinque innocenti strappati alle loro famiglie nelle due stragi, oltre il fatto in se’, ormai passato in seconda pagina, rimane qualcosa nelle nostre menti e nei nostri cuori: un fervente desiderio di tornare ad essere popolo. I senegalesi di Firenze, che con tanto ardore difesero i loro connazionali, hanno davvero tanto da insegnare a noi italiani, non tanto sulla multiculturalità, sulla convivenza o sul melting pot, ma su come tornare, senza più  paura, ad essere COMUNITA’, come tornare a REAGIRE, come tornare a PRETENDERE GIUSTIZIA, quando questa ci spetti.

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