martedì 30 aprile 2013

Presente








Aschieri, Palesse, Tapoli-Timperi e Tedesco con il sacerdote Giuseppe Ferrieri prima della fucilazione. Onore agli incursori della X MAS.



Il 30 aprile 1944 nella cava di pozzolana di Sant'Angelo in Formis (Caserta) con grande coraggio ed esemplare serenità affrontarono la morte:
Franco Aschieri figlio di Pietro Aschieri e Romana Conter, nato a Roma il 21 gennaio 1926, paracadutista della "X Mas"
Natale Italo Palesse figlio di Antonio Palesse e Rosa Rosa, nato a Cavalletto d'Ocre (L'Aquila) il 10 ottobre 1921
Mario Tapoli-Timperi figlio adottivo di Angelo Timperi e Caterina Bertolucci, nato a Roma il 4 giugno 1925, studente in medicina
Vincenzo Tedesco figlio di Salvatore Tedesco e Vincenza Alliviello, nato a Napoli il 14 aprile 1925
tutti e quattro andarono alla morte cantando gli inni della Patria, ciò che destò negli stessi ufficiali e soldati alleati che comandarono ed eseguirono la fucilazione.

Ultima lettera di Franco Aschieri alla madre

«Cara mamma, con l'animo pienamente sereno mi preparo a lasciare questa vita che per me è stata così breve e nello stesso tempo così piena e densa di esperienze e sensazioni. In questi ultimi momenti l'unico dolore per me è costituito dal pensiero di coloro che lascio e delle cose che non ho potuto portare a compimento. Ti prego, mamma, fai che il mio distacco da questa vita non sia accompagnato da lagrime, ma sia allietato dalla gioia serena di quegli animi eletti che sono consapevoli del significato di questo trapasso. Ieri, dopo che mi è stata comunicata la notizia, mi sono disteso sul letto ed ho provato una sensazione che avevo già conosciuta da bambino: ho sentito cioè che il mio spirito si riempiva di forza e si estendeva fino a divenire immenso, come se volesse liberarsi dai vincoli della carne per riconquistare la libertà. Non ho alcun risentimento contro coloro che stanno per uccidermi perché so che non sono che degli strumenti scelti da Dio, che ha giudicato sufficiente il ciclo spirituale da me trascorso in questa vita presente. Sappi mamma che non resti sola, perchè io resterò vicino a te per sostenerti ed aiutarti finché non verrai a raggiungermi; perché sono certo che i nostri spiriti continueranno insieme il loro cammino di redenzione, dato che il legame che ci univa su questa terra, più di quello che esiste tra madre e figlio, è stato quello che unisce due spiriti affini e giunti allo stesso grado di evoluzione. Sono certo che accoglierai la notizia con coraggio e voglio che tu sappia che in momenti difficili io ti aiuterò come tu hai aiutato me durante questa vita. In questo momento sono lì da te e ti bacio per l'ultima volta, e con te papà e tutti gli altri cari che lascio. Cara mamma termino la lettera perché il tempo dei condannati a morte è contato fino al secondo. Sono contento della morte che mi è destinata perché è una delle più belle, essendo legata ad un sacro ideale. Io cado ucciso in questa immensa battaglia per la salvezza dello spirito e della civiltà, ma so che altri continueranno la lotta per la vittoria che la Giustizia non può che assegnare a noi. Viva il Fascismo. Viva l'Europa. Franco».

tratto da "Lettere dei condannati a morte della RSI, Edizioni B&C, 1976, seconda edizione, pagina 101-102

Straordinariamente interessante è la relazione che ne ha fatto Don Giuseppe Ferrieri parroco di San Pietro di Santa Maria Capua Vetere che ebbe ad assisterli:

«Li trovai che cantavano. Appena mi videro stettero zitti, e quando il cancello di ferro si aprì, mi si strinsero intorno. Io stavo in mezzo ad essi col solito sorriso. E sono quattro: un milanese, un romano, un napoletano, uno di Aquila. Il milanese e il romano erano biondi, quello di Aquila bruno, robusto, con un'aquila sul petto; il napoletano bassotto con i calzoni da ufficiale. Mi dissero che si erano già confessati. Feci recitare l'atto di dolore e dopo poche e semplici parole li comunicai. Stavano a mani giunte, guardando fissi l'Ostia Santa, che si posò viatico per l'estremo viaggio. Un breve ringraziamento. Due pose per fotografia, io in mezzo a loro nella prima, Gesù crocifisso tra loro e me nella seconda. Un militare della M.P. mi disse che avevo altri due minuti di tempo. - Siamo già pronti! - fu la risposta. Li volli accompagnare sul luogo del supplizio. Uscii con due di loro fra quattro M.P. americani armati. Il pianto dei carcerati ci accolse alla uscita del corridoio: Figli miei, figli miei! Erano le undici antimeridiane. Fuori del portone del carcere ci accolse un grido di dolore. Un po' di gente venuta ad assistere al macabro spettacolo. I due, il romano Tapoli Giorgio studente in medicina, e il napoletano Tedesco Vincenzo, risposero inneggiando all'Italia fascista. salii con loro sulla Gip, tra il napoletano e un M.P., facemmo un buon tratto allegramente in quella macchina da ridolini, come disse il romano, il quale mi descrisse tutte le fasi della sua morte. Alcuni credettero e dissero che anch'io ero stato condannato. Arrivammo. Due pali in una partita di grano verde, dietro una cava di pozzolana. Parecchi ufficiali erano commossi, così pure il colonnello che, dopo la prima esecuzione, si disse increscioso di dover agire in tale modo. Eccoli vicino al palo, il romano si toglie la camicia. Mi dice che non vuol farsela bucare. Gli legano le mani: io lo conforto ricordandogli Gesù morto in croce. E’ sorridente. Gli dico che pregherò per lui e che lui deve pregare per i miei giovani. Due altre funi, una sul petto, l'altra sul ventre. Passo al napoletano, sorridente, bruno. Ha sul capo una bustina bianca con l'aquila hitleriana. Mi raccomandano le lettere che hanno scritto ai loro cari; io prometto di parlare agli ufficiali, i quali mi dicono che li accontenteranno. Altri pochi istanti; bacio il napoletano, bacio il romano, incoraggio ambedue, i quali rifiutano di essere bendati. Due soldati caricano i dodici moschetti. Quel chiudere ed aprirsi mi fa il cuore a pezzi. I due eroi hanno ancora delle parole: "Il tenente di Aversa (un certo Tonini, oriundo italiano che li aveva giudicati) sa che noi siamo innocenti". In lontananza una terrazza è affollata di gente che guarda piangendo. Un comando secco: sei dei dodici poliziotti si inginocchiano; un altro comando: puntano il fucile; un terzo comando ancora... una detonazione. Abbasso gli occhi, un colpo solo. Vidi cadere i cari giovani, mi avvicinai a loro recitando tre Requiem e un De Profundis per ciascuno. Mi raccomandai alla loro intercessione. Quattro soldati americani e due cantonieri fanno da becchini. Fotografie a non finire durante tutta l'esecuzione ed il primo atto tragico termina. Si vanno a rilevare gli altri due, che arrivano alle 11,45. Appena mi vedono mi sorridono; hanno trovato una faccia, un viso amico che è lì per confortarli. Quello di Aquila si toglie anche lui la camicia. Lo legano, desidera una sigaretta. Un capitano gliela da', accendendola; lo stesso fa per l'altro, il milanese, simpatica figura di giovane buono. Fo' loro coraggio. Mentre lo legano, il milanese grida tre volte: "Heil Hitler", e l'altro risponde: "Heil". "Noi siamo innocenti. Dio stramaledica gli inglesi!". Io lo guardo, mi capisce: avevo detto loro di non odiare il nemico. Mi guarda e canta: "Vivere sempre vivere, senza malinconia!" Li bacio sorridente tra i sorridenti, mi scosto pochi metri; i tre soliti comandi secchi... Vi vidi abbassare pian piano, o giovani. Ascoltai il vostro rantolo: i colpi non furono precisi come la prima volta; l'anima vostra stentava ad uscire dal vostro corpo. Che strazio al mio cuore! Vi assolsi l'ultima volta "Sub conditione" , Tre requiem e un De profundis per ciascuno. Una macchina di corsa mi condusse a celebrare la Santa Messa. Il popolo mi aspettava da pochi minuti impaziente. Là si ignorava tutto. Era una bella giornata primaverile si pensava a goderla. Celebrai la Santa Messa ancora commosso e pregai per le Vostre anime benedette, per le Vostre mamme adorate. Anche Voi dal cielo pregate per me, per i miei giovani, per il mio apostolato, per l'Italia divisa in tanti partiti che la rovineranno.

Sacerdote Ferrieri Giuseppe tratto da "Lettere dei condannati a morte della RSI, Edizioni B&C, 1976, seconda edizione, pagina 54-55

Italo Palesse nacque a Cavalletto d'Ocre (L'Aquila) il 10 Ottobre 1921. Dopo gli studi d'obbligo trovò, un lavoro come operaio edile. Scoppiò la guerra e fu richiamato. Il suo reparto era in Sicilia quando gli angloamericani sbarcarono nell’isola e, a seguito delle vicende belliche, rimase tagliato fuori per l'avanzata degli alleati. Anziché darsi prigioniero, decise, con altri commilitoni, di tentare di passare le linee (e il braccio di mare) e rientrare in continente. L'8 Settembre si trovava nel suo paese natale e, come altre migliaia di giovani d'allora, rifiutò la resa e partì volontario nella RSI entrando nei ”Nuclei Speciali” e molto probabilmente, nel “Gruppo Vega”, della X^ MAS. Questi giovani insieme ad altri”Gruppi” (il loro numero raggiungeva circa 5000 volontari), avevano il compito di entrare in territorio occupato alleati sia traversando direttamente le linee, oppure imbarcati su un sommergibile, o paracadutati per svolgere quelle azioni sopra accennate. Operavano in abiti borghesi e, quindi, per le Convenzioni dell'Aja e di Ginevra, se catturati, erano passibili di fucilazione. Tra i 70 e i 100 furono i “sabotatori” catturati e tutti passati per le armi, salvo uno. I primi a cadere furono Mauro Bertoli e Gino Cancellieri entrambi diciottenni, fuggiti insieme il 1° ottobre 1943 da Bari, ove risiedevano, per raggiungere il territorio della RSI. Con loro si trovava Rico Covella di 17 anni, di San Severo. I tre militi erano già alla quinta missione quando il 3 Dicembre 1943 furono catturati dagli inglesi e rinchiusi nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere. Furono torturati ma non rivelarono l'organigramma del loro “Gruppo” e la prova di questo comportamento è che nessun componente del loro Gruppo fu catturato. Mauro Bertoli e Gino Cancellieri furono giudicati e condannati a morte il 7 Gennaio 1944, aprendo con il loro sacrificio quello di tanti altri che poi seguirono. Rico Covella fu quell'unico che si salvò dal plotone perché, all’epoca, appena diciassettenne. A guerra finita, scrisse un libro: “Madre Lotta” - La Guiscardi Editrice - in cui lascia una testimonianza precisa. Rico Covella attesta che "Idolo" da l'Aquila, cella n°` 8° (Italo Palesse, ndr) da almeno il 21 gennaio 1944 era effettivamente nella cella n° 8 della IV Sezione del Carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'alterazione del nome (Idolo per Italo) è giustificata dal fatto che i prigionieri erano scrupolosamente tenuti in segregazione e potevano comunicare fra loro solo attraverso una piccolissima apertura nella porta di ferro e quindi il nome poteva essere facilmente travisato. Italo Palesse fu fucilato il 30 Aprile 1944.

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